Fernando Leal Audirac
La Stagione che Rimane
ISBN 88-8215-642-7
SilvanaEditoriale, Milan
654
442
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All’alba di questo nuovo millennio, dipingere è scelta più ambiziosa che in passato.
Perduta la centralità che per secoli le era stata garantita, defraudata anche dei privilegi, critici, di mercato e soprattutto di attenzione diffusa che il ritorno di fiamma dei primi anni Ottanta le aveva assicurato, la pittura oggi deve riconquistare ogni volta una propria necessità, che ne garantisca la permanenza e la pertinenza nell’insieme dei linguaggi visivi preposti a toccare questioni che riguardano l’uomo e il mondo attuale. In una maniera sua specifica, s’intende, come la fotografia, in questo momento tanto “popolare”, il video, la web art e le altre forme espressive che si incontrano nelle grandi mostre non possono fare.
Fernando Leal Audirac è pittore in senso totale e secondo un’accezione che si applica in modo appropriato a ben pochi artisti.
Alla pittura, infatti, Leal Audirac riassegna con cognizione di causa tutta la complessità e la pregnanza della “cosa mentale” che in lei riconosceva Leonardo da Vinci: tutta la pienezza di un discorso profondamente attuale quanto a lessico e a sintassi ma capace di conquistare per sé l’eredità straordinaria della tradizione classica anche sotto il profilo tecnico.
Lontanissimo dalla facilità un po’ cialtrona che molti suoi colleghi hanno addirittura rivendicato nei primi anni Ottanta come fosse un titolo di merito, e un balbettio impacciato potesse essere fatto passare per scelta concettuale, assolutamente refrattario alla pretenziosa prassi di appropriazione più o meno indebita di forme dal grande serbatoio della storia che il postmoderno ha teorizzato, Leal Audirac in questi ultimi vent’anni ha fatto della pittura la proposizione di uno stile ben definito, costruito in conformità a un’eccellente padronanza di tecniche diverse e inusuali, come l’affresco e l’encausto, che pochissimi artisti si sono preoccupati di approfondire e che gli consentono invece di arricchire il suo discorso, per così dire, con un’ampia varietà di argomenti e soluzioni espressive.
Qualcosa a cui non siamo così abituati. Eppure, se pensiamo ad una sinfonia, ci appare immediatamente evidente come in essa debbano esistere “fortissimi”, suonati a pieno volume da tutta l’orchestra, momenti più lirici, riservati soltanto a un gruppo ridotto di archi o di fiati, dialoghi “privati” fra uno strumento e l’altro o fra un solista e la massa gregaria del corpo orchestrale, pause di autentica riflessione, quando la struttura armonica si enuncia pura e senza disturbi, con la chiarezza di un assioma di logica formale, e fasi invece di grande magniloquenza che richiedono il massimo dispiegamento di mezzi.
E perché una simile varietà di toni e di significanti non dovrebbe esistere in un insieme di lavori pittorici così ampio come quello pubblicato in questo volume che, com’è noto, raccoglie la produzione di Leal Audirac degli ultimi dieci anni? Il confronto non è improprio.
Anche la ricerca pittorica non solo quella musicale è fatta di sfumature, di temi e variazioni che si articolano nel tempo ma nel nostro caso, attraverso la sequenza delle opere e non quella delle note. È ben povero e limitato quel pittore che insiste sempre sulla medesima formula, che non è in grado di realizzare significative alterazioni del suo tono dominante e dei suoi argomenti; finendo così per trattare il dipingere come mero fatto decorativo, un sistema come un altro per produrre oggetti che ancora molti vogliono mettersi in casa.
Invece: ben al di là dal porsi come semplice immagine, più o meno piacevole, un quadro di Leal Audirac è sempre un atto studiato e indispensabile all’interno di un vero e proprio sistema di pensiero; il modo giusto, di volta in volta l’unico possibile, di far precipitare insieme concetto e materia, fenomeno ed épistéme, spazio e tempo; includendovi anche, ma senza fastidiosamente “citare”, la cultura depositata nei secoli di storia dell’arte.
Ecco, quindi, perché pittura. Ed ecco, ancora, il perché di una collezione di lavori tanto ampia ed ambiziosa come quella presentata in questa occasione: la necessità, infatti, è ormai di eseguire per intero, e non limitandosi ad episodi e momenti parziali, la sinfonia composta da Leal Audirac in questi primi dieci anni del suo soggiorno italiano, dopo la sintesi precedente che raccoglie la produzione degli anni Ottanta.
Pur correndo il rischio di risultare superficiale dirò almeno che, fra queste due grandi “fasi”, se possiamo chiamarle così, si profila almeno una sostanziale differenza che sembra corrispondere poi ad una specie di diversa tonalità emozionale e di atteggiamento verso le cose: nel complesso, ma di nuovo le approssimazioni sono in agguato, il lavoro degli anni Novanta è più “vuoto”, più lirico, più attento ad integrare in una nuova armonia una spazialità illimitata di matrice orientale con principi compositivi ed elementi di una figurazione esplicita, che provengono invece dichiaratamente dalla tradizione occidentale.
Spesso, in questi cicli di opere, Leal Audirac continua a sviluppare premesse già poste molto tempo addietro e consegnate per molto tempo semplicemente ad appunti, schizzi e progetti. Il suo “discorso”, naturalmente, è sempre lo stesso, sembra nato adulto insieme a lui, come Pallade Atena dalla testa del padre. Ma risultano più sottili, o forse meno icastiche, le metafore per esprimerlo, le parole per dirlo.
Come Dante, si parva licet… , passando dall’inferno al paradiso sembra assottigliare la tessitura delle sue terzine, si lascia alle spalle i forti effetti terreni, quel sermo humilis che incantava Erich Auerbach, e sceglie invece simbologie sempre più trasparenti e luminose per penetrare sempre più profondamente fra i petali della mistica rosa che raccoglie in sé le corone dei cieli, fino a quell’amor che move il sole e le altre stelle. Ma certo continua a dire le stesse cose.